giovedì 4 aprile 2013

Decreto anti pirateria: appello alla concretezza.

Qual è la frase-accusa più frequente nei commenti sul caso indiano?
“Non dovevano scendere!!!”
A conti fatti, era meglio non salissero!
Credo sia ora, per tutti, analizzare la situazione con dinamicità e profondità.
Son passati mesi, non sono state chieste e prese responsabilità su quelle decisioni. Le situazioni specifiche del caso sono cambiate e sarebbe ora di fare un passo avanti anche nei commenti. Anche qui, non sequestrati dagli indiani, ma inviati dagli italiani. La differenza è concettualmente forte.
Anche perché il vero punto focale della vicenda, quello che se modificato potrebbe davvero minimizzare certi rischi e vulnerabilità, è il decreto che ha messo i militari a bordo delle imbarcazioni.
Cambiare alcuni punti, dando maggiori responsabilità e, quindi, maggior libertà decisionale ai militari imbarcati è certamente utile a contenere eventuali simili situazioni che (potenzialmente) potrebbero emergere in futuro.
Ora, infatti, aprire al privato rappresenterebbe un vero e proprio rischio: economico come operativo. Soprattutto quando lo si fa con un decreto, il n° 266 del 28/12 scorso pubblicato pochi giorni fa sulla Gazzetta Ufficiale (qui l’articolo a riguardo), che dimostra, in maniera plateale, un claudicante approccio al problema.
Perché il messaggio che passa è che si voglia aprire al privato dando una seconda possibilità di interazione, non una soluzione definita, sicura e protettiva.
Alcuni punti?
La formazione degli operatori passerà dal Ministero della Difesa, l’utilizzo a bordo sarà subordinato alla decisione degli analisti ministeriali, la responsabilità finale sarà del Comandante della nave. Insomma il privato salga pure a bordo, ma non per necessità reale bensì per rendere meno opprimente la situazione generale.
L’articolo 11 chiude, in tutti i modi, il Decreto.
Nascono dunque spontanee alcune domande:
- “Chi vorrà imbarcarsi ora?”
- “Quante GPG in possesso di parte dei requisiti vorranno essere impiegate nei mari infestati?”
- “Quanti, nonostante un decreto legato, rischierebbero di finire in situazioni simili a quelle dei due Fucilieri, sapendo che l’ombrello protettivo italiano non avrebbe la stessa portata?”
Perché vedete io ho semplicemente letto il sentimento popolare, analizzato il decreto per poi alla fine pormi alcune domande riguardo il dubbio che nato. Quello cioè che possa nascere una sorta di “conflitto” tra privati e militari, con un possibile carico/scarico di responsabilità/situazioni relative.
Non si chiude al militare aprendo al privato. Si cerca una convivenza che lascia la predominanza al militare dando a quest’ultimo il permesso di aprire, quando necessario, al privato.
E per chi accusa il legislatore di essere stato miope, volendo impiegare le vicine guardie giurate al posto dei lontani contractors, dovrebbe rivedere alcune sue convinzioni. Prima fra tutte la definizione di security contractors e la sua entità giuridica a livello internazionale. Secondo il fatto che inserire nel solito calderone pruriginoso le GPG, ricoprendole di incompetenza cronica e ignoranza, è dequalificante tanto quanto definirsi “contractor” solo perché si passano giornate intere in poligono.
Il legislatore ha parlato fin troppo chiaro: i requisiti per salire a bordo sono chiari e i corsi formativi sono (saranno?) ben definiti nei contenuti e nelle competenze finali.
Concretezza, dunque, che manca soprattutto (appunto) a livello popolare. Prima, con i giudizi indiani, ora nel non comprendere cosa questo decreto potrebbe portare. Una sensazione certo, ma in fondo è solo un mio umile parere.
E’ ovvio che la conservazione e protezione dell’economia nazionale è superiore ad ogni altro aspetto, a maggior ragione in un periodo di crisi come questo, ma farlo sulla testa di due servitori statali e sulle spalle degli italiani, senza trasparenza e responsabilità, è sbagliato ed ingiusto.
Le commesse italiane sono tutte in stand-by, benché un importante moto positivo arrivi oltremanica,
un’apertura da non sottovalutare visti anche i contatti indiani in comune e le “richieste” di quest’ultimi agli inglesi.
Di contro, sebbene l’economia nazionale non valga la vita di due uomini, credo che gli indicatori e le situazioni specifiche siano così particolari da non permettere un approccio meno confusionario e più pulito. Questo nel caso indiano.
La cosa non deve assolutamente toccare l’aspetto preventivo legislativo. Il rischio è aumentare vulnerabilità pre-esistenti, crearne di nuove e permettere a ben altre minacce transnazionali di colpire il sistema Paese.
03.04.2013

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